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Così lontano, così vicino. Carl Schmitt dopo il novecento
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ISSN 2451-7925

#6 | ¿Más allá de Schmitt?

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Così lontano, così vicino. Carl Schmitt dopo il novecento

Adone Brandalise

Università di Padova, Italia

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Resumen

A más de treinta años de la publicación de La politica oltre lo stato: Carl Schmitt, el presente artículo se interroga de qué manera y en qué medida se encuentra aún activo lo que he denominado como el “efecto Schmitt” en el campo de la investigación filosófica y del debate teórico-político.

Palabras clave: Carl Schmitt, Constitución, soberanía, derecho positivo.

Abstract

More than thirty years after the publication of La politica oltre lo stato: Carl Schmitt, this article examines how and to what extent what I have called the “Schmitt effect” is still active in the field of the philosophical research and the theoretical-political debate.

Key words: Carl Schmitt, Constitution, Sovereignty, Positive Law.




Recibido el 24 de junio de 2018.

Aceptado para su publicación el 5 de octubre de 2018.







Quando, nell’ultimo quarto del secolo scorso, il nome di Carl Schmitt si presentò sulla scena della ricerca filosofica e del dibattito teorico-politico italiano, il suo incedere avrebbe potuto ricordare quello del Dioniso euripideo, ospite inatteso e per più versi unheimlich, determinato a far pesare il suo essere radicalmente e quindi insostenibilmente di casa là dove un intero ordine poggia, non senza mostrare inquietanti sintomi di precarietà strutturale, sulla sua rimozione.11. Vedere Carlo G (…) Per sostenere solo –e quasi per gioco– per un istante il parallelo tra il vendicatore venuto a sanzionare l’infelice gestione del rapporto della città con le forze divine catastroficamente denegate dalla pretesa sufficienza razionale dell’assetto che le è imposto da Penteo, e il risorto interesse per un luogo del pensiero novecentesco, difficilmente trascurabile quanto avvolto in una biografia intellettuale e politica che poteva apparire, non senza qualche motivo, poco raccomandabile, si potrà ricordare che non mancarono reazioni dominate dal disappunto di chi avvertiva con disagio il sopraggiungere del sulfureo pensatore a dar corpo a uno sforzo teorico la cui esigenza si manifestava al cuore di un orizzonte problematico concernente la qualità e l’adeguatezza ai tempi delle risorse della cultura politica di quanto si intendeva allora per “sinistra”.22. Abbiamo ovviam (…) Ma più ancora si potrebbe insistere su come l’“effetto Schmitt”, al di là delle pur importanti messe a punto storiche, in varia misura attente a ricollocare il pensatore nelle circostanze e nel campo di interazioni con le quali esso pure fa massa, si configurasse come il proporsi di un diverso piano teorico sulla superfice del quale scorgere compiuto il disegno di un apparato concettuale decisivamente operante nella scienza politica moderna come struttura logica radicata concretamente nella fenomenologia dell’ordine politico degli ultimi tre secoli. Insomma Schmitt consentiva di riconoscere nella sua completezza la griglia concettuale all’interno del cui campo di possibilità andavano ricondotte e analizzate nei loro limiti e potenzialità le nozioni, giuridiche, politiche e ideologiche dispiegate nella cultura di quell’età delle costituzioni di cui allora si cominciava –motus in fine velocior– a percepire il tramonto.33. Su questo tema (…) Come lo spietato figlio di Semele diceva una definitiva verità sulla vicenda tebana per congedarsi sullo sfondo delle macerie procurate dal suo passaggio, il nostro completava svelandone –per così dire– il corredo cromosomico –il nucleo del politico facendone coincidere lo svelamento e il compimento–. Il bagliore della visione schmittiana illuminava una soglia-crinale oltre la quale stava l’improrogabilità di quanto ci si lasciava alle spalle e dello stesso cristallo logico che vi si specchiava, senza che la lucidità dello sguardo a ritroso offrisse mappe o progetti da proiettare sul presente ma con la risorsa non trascurabile della sua efficacia diagnostica.

Insomma Schmitt, cui non mancò in vita la volontà e forse anche la protervia, di operare attivamente come costituente, come produttore di soluzioni politiche, al fondo compariva ora egli stesso come una soglia, sul cui taglio ciò che veniva illuminato sembrava anche indicare un radicalmente “oltre” a proposito del quale la prestazione schmittiana avrebbe brillato soprattutto nel sanzionare l’inadeguatezza delle proposte con le quali si sarebbe preteso di occuparlo tentando di prorogare l’efficacia di un lessico ormai esausto.

L’effetto che ne seguiva sembrava definire il limite intrinseco di tutti i tentativi di contrapporre al dispositivo in cui si connettevano sistematicamente sovranità, rappresentanza e rappresentazione, l’antagonismo di figure di fatto ad esso debitrici della propria stessa configurazione, quali il popolo, consistente solo attraverso colui che lo forma rappresentandolo, o l’individuo identificato nel suo costitutivo volere l’ordine e interrogava criticamente nozioni sensibilissime come pars pro toto quella di democrazia. Mentre lo spazio semantico di questo termine si prestava ad essere lo schermo sul quale proiettare un mondo di desideri, il profilo del concetto mostrava il suo bordo duro ed esatto, e quindi la potenza strutturale in cui si realizza il dispiegamento massimo della sovranità, ma anche il limite in ciò inscritto.

Quella che si chiamò allora l’“autonomia del politico” trovò significativamente in dialogo con questo tratto della ricomparsa schmittiana lo spunto per il suo frutto più interessante, quello che si traduceva per un verso nella disattivazione dei dispositivi ermeneutici soliti storicisticamente ridurre il prodursi della forma politica a conseguenza di processi oggettivabili dal discorso sociologico o economico, per un altro nel situare la pratica filosofico-politica nella tensione tra storia concettuale e domanda sulla forma e sugli effetti del suo operare nel presente.

Allo sguardo retrospettivo oggi può apparire più evidente come siffatto impulso operasse, con una sinergia che più che in palesi parentele si radicava in uno sciame, per riprendere la formula cara a Taubes, di “divergenti accordi”, in concomitanza con l’attrazione esercitata da proposte filosofiche di indole e genealogia assai diverse.44. Vedere Jacob T (…) Da Benjamin allo scenario post-strutturalista francese contemporaneo, queste sembravano rinviare, come nel caso dello Schmitt riletto attraverso il filtro essenzializzante della distanza temporale dal teatro dei suoi successi mondani, alla possibilità di produrre un pensiero in grado di attraversare le giunture strutturalmente decisive del dispositivo del moderno, decifrando il rapporto che aveva vincolato a questo nucleo categoriale il sempre più complesso sviluppo della forma costituzione, con il suo imponente indotto di istituzioni, di corpi intermedi e di saperi. In altri termini, si trattava di andare al cuore aporetico di una costruzione intellettuale tuttora egemonicamente operante ma sempre più incapace di interpretare e governare i propri stessi esiti, per accedere ad una sua comprensione che consentisse anche riconoscere un “fuori” e di studiare le condizioni di pensabilità di un “dopo”. Non a caso la rappresentazione del grande artificio, portato a compiutezza dalla luce del proprio stesso crepuscolo, offriva allo sguardo, lungo il taglio delle sue decisioni costitutive, anche l’orma di quanto esse avevano imposto di sacrificare, il molto altro che con esso ha convissuto sotto traccia, rimosso, denegato, ridislocato, in omaggio alla superiore necessità strutturale. Un altro ora in grado di riproporsi aprendo uno spazio logico, in cui più che cercare improbabili modelli alternativi, o peggio, tratteggiare utopie regressive, la riflessione attuale poteva incontrarsi con l’esempio di un pensiero in cui quelle decisioni erano messe in questione.

Insomma, in Schmitt, l’amicus/hostis, lo stato d’eccezione, il cristallo hobbesiano, lo ius publicum europaeum, la teologia politica, il nomos della terra… finivano per comporre come l’epifania della matrice logica dell’ordine politico e nel contempo di definire un dispositivo operante in una realtà politica durata secoli. Ma questo evento coincideva con un lungo congedo, quello in cui un paradigma non più in grado di ricondurre al proprio disegno le repliche del reale si offriva come risorsa essenziale per leggere i limiti intrinseci delle soluzioni politiche messe in campo dall’epoca che lo stava oltrepassando.

D’altro lato qualcuno che allora poteva a buon diritto figurare tra i dialoganti con l’eredità schmittiana con la statura del maestro, non mancava più volte di osservare come le essenziali parole-concetto della politica fossero ancora quelle fissate nel lessico basico assestatosi a ridosso della grande rivoluzione.55. Vedere Gianfra (…) Costatazione dalla quale si poteva ricavare sia lo stimolo per concepire il progetto teorico di una quintessenziale “politica pura”, sia la percezione di una prossima accelerazione dei processi che avrebbero giustificato il tentativo di pensare, superando quella tradizione, la politica oltre lo stato.

A distanza di più di un trentennio è forse utile chiedersi in quali modi e in che misura l’“effetto Schmitt” sia oggi attivo e quanto questo stesso interrogativo si possa ritenere rilevante.

In ogni caso il quesito deve, per così dire, venire situato, tematicamente ambientato. Un passo legittimo in questa direzione potrebbe coincidere con la domanda: perché Schmitt nel tempo della decostituzionalizzazione?

La nozione di Verfassung ha indubbiamente trovato nel suo pensiero uno dei suoi più completi approfondimenti. La costituzione si presenta come un processo espansivo e di crescente complessità, in cui progressivamente le diverse dimensioni della vita umana vengono rideterminate e interconnesse attraverso un continuum giuridico che realizza nella forma più potente e comprensiva il nesso stato –società civile e quindi l’unità politica, riconducendo il conflitto stesso al ruolo di motore del suo sviluppo–. La teorizzazione schmittiana sa evidenziare la rete di rapporti che collega il suo nucleo logico al multiforme panorama delle realtà che la compongono. Proprio per questo forse è più agevole procedendo da questa intuizione, cogliere lo scarto radicale maturato negli ultimi decenni su scala mondiale, di cui uno dei volti più evidenti ma contemporaneamente meno leggibile è costituito dal decomporsi della forma costituzione per effetto di processi che per molti versi parlano ancora la sua lingua e che ne coinvolgono lacerti importanti nelle proprie articolazioni essenziali, ma che sostanzialmente rispondono a logiche operanti in dimensioni diverse da quelle proprie dello stato e del sistema di relazioni interstatali e sulle quali il nucleo unificante della Verfassung non è più in grado di agire. Ci si riferisce ovviamente al proliferare e al far sistema, senza peraltro dar luogo ad una rappresentazione complessiva in qualche modo “fondata”, di prassi e strutture non riconducibili alla legittimazione politica statuale, di fatto non limitate dai confini nazionali e giustificate soltanto dalla loro forza procedurale e, su un altro piano, al complicarsi della distinzione tra pubblico e privato, che sembra tradursi in una dinamica nella quale la dimensione amministrativo-gestionale si autonomizza dal suo formale inquadramento politico, sino a lasciar intravvedere un crescente sostituirsi della Verwaltung alla Herrschaft nel rapporto classico con la Gewalt. Fenomeni tutti che si rispecchiano nello spazio, vasto quanto indefinito, conseguito ormai dalla nozione in ciò sintomatica, di governance.66. Vedere l’ancor (…)

L’evanescenza della sovranità statale trova la sua manifestazione forse più paradossalmente efficace nello scatenamento dei movimenti sovranisti, dove la riaffermazione della sovranità nazionale diviene predisposizione dell’istituzione politica, al netto delle gesticolazioni ideologiche, ad una più diretta e irresistibile subordinazione ai processi in cui tale dissoluzione coerentemente si iscrive. In questi casi l’artificio giuridico-politico della sovranità viene saturato da un’ipostasi riempitiva, il più delle volte naturalistica etnica o comunque in grado di evocare un corpo sociale e un territorio immaginariamente omogenei, originariamente consistenti rispetto ai processi in cui sono coinvolti e dotati di confini certi, rispetto ai quali la sovranità stessa si riduce ad una sorta di funzione fisiologica della comunità. All’altezza alla quale si situava un’astrazione capace di potenti effetti concreti si apre ora uno spazio le cui coordinate paiono non disponibili per una conoscenza che sia quella dei classici soggetti della teoria e dall’azione politica e che forse, là dove ci si interroghi su di una pratica in grado di confrontarsi con questo nuovo reale, potrebbe richiedere di ripensare ad un aspetto meno esplicito ma non secondario nella prestazione filosofica di Schmitt, quello che costituisce l’“altra faccia” della teologia politica.

Nelle astute ma non insincere confessioni di Ex captivitate salus trova spazio un significativo ripensamento delle ragioni del moderno dominio del ius positum. Il silenzio imposto ai teologi in munere alieno secondo la formula, presso Schmitt fortunatissima, di Alberico Gentile, il diritto come prodotto della decisione che lo dota del supporto della forza affidandogli il compito di garantire la neutralizzazione dello scontro politico e il permanere dell’ordine, altro non sono che l’espediente richiesto da una condizione di profonda miseria: perché la sacrale maestà del diritto si salvi, perché il diritto, anche se intristito e depotenziato nella sua dignità simbolica dal suo declassamento, continui ad esserci e a ordinare, si deve accettare che esso sottostia al piano tutto politico della decisione.77. Vedere Carl Sc (…) Se la secolarizzazione dei concetti teologici appare come il tratto essenziale della teologia politica, in realtà ciò che rende possibile questa stessa traslatio va cercato in ciò che nel teologico non si secolarizza, perché resta inappropriable da parte dello stesso discorso teologico suscettibile di secolarizzarsi. Certamente è possibile ritenere che nel nostro ciò possa rinviare a un rimpianto premoderno o a un mai dismesso sogno teocratico, ma non va in tal senso, crediamo, l’effetto di questa apertura nel movimento complessivo del pensiero schmittiano. Essa piuttosto –oltre entrare in risonanza, aspetto che qui non è possibile trattare, con il profilarsi odierno di un’età post-irreligiosa, dove, a parte il consumo cospicuo del riferimento religioso quale surrogato di ormai mal reperibili ideologie come motori di conflitti altrimenti originati, si esauriscono assieme la parabola tutta al fondo teologica dell’ateismo e quella delle grandi dogmatiche istituzionali e delle rigide appartenenze religiose– lascia scorgere l’esigenza di un pensiero che non si attardi a fondare il proprio rigore sull’ossessione di realizzare modelli cui affidare l’istaurazione di assetti rigidi e permanenti e che non viva la contingenza come un rischio da neutralizzare, ma come lo spazio dell’ incontro con il reale.

Così come appare oggi inattuale la domanda orteguiana, “¿Quién manda en el mundo?”, perché l’identificazione di un chi ancora antropomorfo costringe il pensiero a sostare nell’immaginario, analogamente l’insistenza nella riduzione delle singolarità umane a individui cittadini, riducendo il loro potenziale creativo all’attivazione della delega mandataria, peggio se regredita al vincolo di mandato, o al rito della partecipazione come azione volta al condizionamento dei rappresentanti, riproduce e accresce l’incompetenza della politica in quanto tale.

Oltre al repertorio di forme cui ha dato impulso lo snodo teologico politico, si apre, declinabile in diverse e non equivalenti direzioni, lo spazio di un mondo che nel bene e nel male non è più un mondo tradizionalmente “umano”. Al di là del ripiegamento sempre possibile nei modi classici del religioso, il nucleo non antropologico della teologia, che a tratti in Schmitt pare affacciarsi, offre forse uno spunto non banale per un post-umano non disumano.

Bibliografia

Borrelli, Gianfranco. Governance. Napoli, Dante e Descartes, 2004.

Brandalise, Adone. “Democrazia e decostituzionalizzazione”, Filosofia politica, Vol. 20, Nº 3, 2006, pp. 403-414.

Duso, Giuseppe (ed.). La politica oltre lo stato: Carl Schmitt. Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1981.

Galli, Carlo. “Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978)”, Materiali per una storia della cultura giuridica, Vol. IX, Nº 1, 1979, pp. 81-160.

Miglio, Gianfranco. La regolarità della politica. Scritti scelti raccolti e pubblicati dagli allievi. Milano, Giuffré, 1988.

Schmitt, Carl. Ex Captivitate Salus. Esperienze degli anni 1945-1947. Milano, Adelphi, 1987.

Taubes, Jacob. In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt. Macerata, Quodlibet, 1996.

1.

Vedere Carlo Galli. “Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978)”, Materiali per una storia della cultura giuridica, Vol. IX, Nº 1, 1979, pp. 81-160.

2.

Abbiamo ovviamente presente la non banale eco suscitata dal volume collettaneo La politica oltre lo stato: Carl Schmitt (Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1981) di cui si parla con ampiezza e autorevolezza ben maggiore nel saggio di Giuseppe Duso presente in questo stesso numero.

3.

Su questo tema, poi ripreso più sotto, ci permettiamo di rinviare al nostro Adone Brandalise. “Democrazia e decostituzionalizzazione”, Filosofia politica, Vol. 20, Nº 3, 2006, pp. 403-414.

4.

Vedere Jacob Taubes. In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt. Macerata, Quodlibet, 1996.

5.

Vedere Gianfranco Miglio. La regolarità̀ della politica. Scritti scelti raccolti e pubblicati dagli allievi. Milano, Giuffré, 1988.

6.

Vedere l’ancora utile libro di Gianfranco Borrelli: Governance (Napoli, Dante e Descartes, 2004).

7.

Vedere Carl Schmitt. Ex Captivitate Salus. Esperienze degli anni 1945-1947. Milano, Adelphi, 1987.

TEI – Métopes

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